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L'accesso alla mostra seguirà gli orari di apertura della biblioteca comunale.

Kiki, Teresa e le altre (2006-2010)

L’immagine di Kiki di Montparnasse è un’immagine estremamente affascinante, per la bellezza del suo corpo ma anche per l’interpretazione che ne dà Man Ray. Il titolo poi è estremamente provocatorio e deviante: “Le violon d’Ingres”. Letteralmente Il violino di Ingres, oppure più disinvolto: il suo passatempo preferito. Per i critici sembra una diatriba tra Man Ray e Ingres. Ma non è solo così. In realtà dentro la lettura di Man Ray passano molte interpretazioni del femminile e del maschile. La più evidente, dall’immagine di Kiki, è che il corpo della donna è un oggetto bello da suonare, come il violino, passatempo principe di Ingres. Il titolo letterale lo conferma, ma anche la traduzione come ‘passatempo preferito’ non lascia molte scappatoie all’idea di oggetto.

Oggi si sente l’urgenza di riflettere seriamente su queste concezioni errate del corpo femminile. Kiki è diventata così per l’artista il simbolo di una serie di considerazioni ancora attuali e a volte perfino banali di come l’immagine della donna e del suo corpo continui ad essere pensata. “Ho utilizzato il corpo di Kiki rappresentandolo sempre uguale e sempre diverso – spiega Clelia Mori -. Sono così arrivate le ali, i serpenti avvolgenti o striscianti, le ali e il serpente insieme. E prima ancora i punti esclamativi, l’estasi di Teresa d’Avila scritta a velo sulla schiena. Poi i chiodi lungo la spina dorsale, gli anelli dei corpetti con i lacci finalmente slegati e, altro continuerà ad arrivare”.

Ancora la zattera (2004)

Ispirata al celebre dipinto “La zattera della Medusa” di Théodore Géricault, l’opera parla di temi di stretta attualità quali la guerra e il dramma dei sopravvissuti.

Se la “zattera” originale rappresenta un momento degli avvenimenti successivi al naufragio della fregata francese Méduse, avvenuto il 2 luglio 1816 davanti alle coste dell’attuale Mauritania, a causa di negligenze e decisioni affrettate da parte del comandante Hugues Duroy de Chaumareys, il rifacimento di Clelia Mori affronta invece un altro dramma: quello del popolo afgano.

Ai naufraghi della fregata francese Méduse, infatti, si sostituiscono i volti degli afgani, colpiti dalla tragedia della guerra. Ma, allo stesso modo, al loro posto possiamo immaginare anche i volti degli ucraini e degli abitanti di Gaza, recentemente al centro dell’attualità a causa delle terribili guerre scoppiati in quei territori.

Burqa (2003)

In mostra, a fianco dell’opera “Burqa”, è esposto anche un burqa originale che s’inserisce sempre nel solco della tematica della guerra nei territori afgani.

Un’opera che, nella sua drammatica attualità, serve per riflettere sugli orrori portati dalla guerra ancora oggi, purtroppo.

Clelia Mori nasce a Boretto, in provincia di Reggio Emilia. Per amore del segno, del colore e dell’immagine frequenta l’Istituto d’Arte a Parma, dove si diploma e comincia a insegnare, ma soprattutto comincia a dipingere, che è la sua passione.

è stata insegnante d’arte, bibliotecaria, operatrice culturale, ispettrice archeologica onoraria. è maestra d’arte al Toschi di Parma, ha fatto a lungo politica nella sinistra istituzionale. Ha cresciuto un figlio, oggi fotografo e scultore.

Il corpo femminile è stato da sempre il soggetto che più l’ha interessata, prima nella sua forma esteriore, poi nella sua essenza interiore. Da questa indagine è scaturita in passato una serie di quaranta lavori su “Le violon d’Ingres di Man Ray”, nei quali Clelia riflette e ci fa riflettere sull’idea che il corpo femminile si possa suonare come un violino e poi tenerlo da parte per la prossima occasione.

Ha esposto in numerose grandi città, fra cui Roma e Matera – in occasione di Matera città Europea della Cultura 2019 – con la mostra “Il mistero (negato) del corpo che non tace” che affronta la questione di genere.

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Ultimo aggiornamento: 09-01-2024, 10:29